Esperto d'Arte

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Semplicemente Rrose Selavy

Scritti d'artePosted by Marina Ciangoli 04 Apr, 2016 11:24

“La fotografia assomiglia a un quadro ma di fatto funziona come un ready made”

[Claudio Marra, 1999]

Se con l’avvento della fotografia si è raggiunto il fine ultimo della mimesi, così come l’Alberti l’aveva teorizzata grazie alla costruzione prospettica e alla resa del vero, di fatto si è aperto un nuovo percorso al concetto di quadro e alle sue strutture interne. La fotografia assomiglia ad un quadro, per l’ovvia bidimensionalità quadrangolare una volta stampata, e per l’esatta riproduzione della realtà, che per secoli aveva impegnato l’estro di generazioni di artisti. Ma di fatto non lo è, e come dice il professor Cluadio Marra dell’Università di Bologna, funziona come un ready made, come un prodotto slegato dalla techne.

Duchamp è indubbiamente il capostipite, l’emblema in carne ed ossa di tutta la poetica novecentesca che ha dissacrato l’abile realizzazione di qualsivoglia manufatto artistico, facendosi padrino della morte dell’arte. Gran parte dell’arte contemporanea, e l’arte dello stesso Duchamp, ci chiede di esser vista non con gli occhi, ma con la mente, come sarà in particolare per l’arte concettuale, di cui Duchamp è il più illustre precursore, tanto che Sol LeWitt, in un suo articolo del 1967 comparso su Artforum, avvertiva che oramai l’arte si rivolge alla mente dello spettatore, piuttosto che al suo sguardo o alle sue emozioni.

Tornando alla fotografia e al rapporto intessuto con Duchamp, una volta di più decade l’operazione manuale. Quando nel 1921 il padre del Dadaismo si cimenta nell’arte fotografica, lo fa anche qui “concettualmente”, idea, progetta ma non esegue. Inventa una fantomatica avventuriera dal nome Rrose Selavy e ne documenta l’esistenza, dal momento che la fotografia ha in sé il potere di rendere tutto autentico per sua stessa natura, chiedendo all’amico Man Ray di fotografare la donna. E Duchamp rende autentico l’impossibile, Rrose Selavy è Duchamp stesso, truccato e acconciato da donna, ma con le mani di Germaine Everling, la compagna di Picabia.

Una messa in scena, una sorta di fotomontaggio, una performance documentata. L’ironia è evidente, è il fil rouge di tutta l’arte di Duchamp, come lo è la volontà di prendersi gioco di chi guarda, ponendolo in un sentiero biforcato tra falso e reale, tra serio e faceto.

La dualità non appartiene solo a ciò che abbiamo di fronte, che esiste ed ha valenza per il solo fatto di essere stato fotografato, registrato, ma è, come spesso accade nei titoli omofoni delle opere di Duchamp, nel nome dell’avventuriera Rrose Selavy che risuona in francese come “l’eros c’est la vie” ovvero “l’eros è la vita”, ma anche come “arroser la vie” traducibile in “fare un brindisi alla vita”; due asserzioni che stanno a significare e racchiudere il fine ultimo di un’intera poetica.

nelle foto: Marcel Duchamp, Rrose Selavy, 1921; Man Ray e Duchamp che giocano a scacchi, grande passione dell'artista francese.



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