Esperto d'Arte

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L’identità celata

Scritti d'artePosted by Marina Ciangoli 01 Jun, 2016 10:37


Il ritratto è tra i più rilevanti e longevi generi della storia dell’arte, con i suoi esordi avvenuti nell’antichità, fino ai suoi apici in epoca umanistica e rinascimentale. Se il ritratto nasce dall’esigenza dei committenti di affermare e “materializzare” il proprio status sociale – si pensi agli aristocratici ritratti del Bronzino -, non meno rilevante è l’implicazione psicologica, se non anche simbolica, del ritratto, atta a catturare l’anima, l’umore del soggetto, basti pensare alla profondità con la quale Lotto o Moroni ritraggono i loro tipi.
Con l’avvicinarsi della contemporaneità, con sostanziali semi gettati fin dagli inizi del XIX secolo, anche questo genere artistico tanto preponderante e con schemi apparentemente inalterabili, viene tramutato e perfino ribaltato, sia in termini formali che contenutistici.Parliamo del “ritratto di spalle”, che se non è un vero e proprio genere a se stante, ha goduto di notevoli e autorevoli esempi, che si protraggono fino ai giorni nostri.
Non si può non iniziare se non con colui che viene identificato quale l’inventore del ritratto di spalle, il danese Vilhem Hammershøi, vissuto tra il 1864 e il 1916. Una vera e propria ossessione la sua, dipinge una larga sequenza di interni semivuoti, spesso presenziati da una donna (ricorrente è sua moglie Ida Ilstad ) sempre raffigurata di spalle, nella sua tipica palette di grigi e bruni, con evidenti richiami stilistici che rimandano a Vermeer. Tra i suoi più tipici e lucidi esempi abbiamo Interno con giovane donna vista di spalle del 1904, che sfugge il nostro sguardo, celando la sua identità, il suo umore, ciò che pensa, svuotandosi di ogni traccia di aneddoto. Ma è proprio questa aporia dell’assenza che rende il dipinto e in genere la produzione artistica di Hammershøi uno dei casi più interessanti tra fine ‘800 e primi ‘900, benché al di fuori delle ricerche artistiche più innovative che si stavano compiendo in Europa su ordini estetici ben diversi.

Passiamo ad un artista italiano, tra gli esponenti di rilievo dell’Arte Povera, che si è occupato più volte di “ritratti di spalle”: Michelangelo Pistoletto. Supporto prediletto per questo tipo di iconografia sono le superfici riflettenti quali l’acciaio, su cui Pistoletto dipinge svariati soggetti. A titolo d’esempio riportiamo Daniela Gialla del 1968, particolare perché nello specchio, o come in questo caso, su una superficie riflettente quale è l’acciaio, si ha insieme il rappresentante e il rappresentato, ovvero il riflesso e colui che si specchia, ma nel caso di Pistoletto, l’immagine – dipinta – può essere letta come la traccia “fissata” del riflesso di un precedente passaggio, o la sovrapposizione, la connivenza del riflesso e del soggetto che si specchia. In più, come se non fosse sufficiente l’acrobazia concettuale in atto, Pistoletto fa spazio e posto all’osservatore, permettendogli di specchiarsi nel momento della fruizione accanto alla figura, trasformandolo in un’opera d’arte effimera, in parte integrante dell’opera.

È ora la volta di uno degli artisti più importanti e quotati dei nostri giorni, considerato un gigante della pittura, il tedesco Gerhard Richter, il quale ha amato, nel corso degli anni, ritrarre sua figlia Betty in momenti diversi della sua crescita. Una delle versioni più apprezzabili e note è senza dubbio quella del 1988 conservata al Saint Louis Art Museum , negli Stati Uniti. L’opera appartiene al filone iperrealista – tecnica che Richter predilige assieme a quella astratta -, e si caratterizza per la tipica atmosfera elegiaca ed evanescente che l’artista conferisce grazie alla stesura particolare del bianco su tutta la superficie pittorica. Ma la poetica di Richter vira ed è incentrata sulla demistificazione dell’immagine e l’innesto del dubbio: il volto di Betty ci è precluso e la sua identità si fonde con la nostra, e ciò che di fatto è “celato”, diviene a sua volta maschera mutevole, tanto quanto muta l’immaginario di ogni spettatore.



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